I sistemi scolastici europei e le assunzioni degli insegnanti.

Ripubblico qui, anche se non c’entra niente con lo scopo originale del blog, questa piccola ricerca svolta nel 2010 sulla correlazione tra la qualità delle scuole europee (secondarie) e i sistemi di assunzione degli insegnanti, sperando che qualcuno la trovi interessante.

Critiche e precisazioni sono le benvenute, ovviamente.

I SISTEMI SCOLASTICI EUROPEI

 

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Spalato…e casa.

Scrivo quest’ultimo post con un po’ di colpevole ritardo e, per la prima volta, dal mio computer di casa, a giochi ormai fatti.

Da Mostar e dal Majdas’ Rooms mi sono diretto a Spalato con un interminabile viaggio in pullman. Chi sosteneva che durasse tre ore e mezzo mentiva: ce ne vogliono cinque abbondanti per scendere dalla Bosnia Erzegovina sulla costa, percorrere una tortuosissima litoranea che attraversa una infinità di villaggi affollati di vacanzieri panzoni a torso nudo, e infilarsi poi nel traffico caotico e fondamentalmente bloccato di Spalato.

Spalato a sua volta rigurgita villeggianti da ogni vicolo e da ogni strada. La città vecchia è un miracolo di bellezza e continuità abitativa: nell’ampio seno dell’immenso palazzo dioclezianeo è sorta un’intera città che, senza abbattere le forme della reggia, le ha semplicemente adattate a quelle dei suoi edifici, con un risultato che non è retorico definire unico, dato che, semplicemente, non ho visto nulla del genere altrove.  Tutto questo, però, nel momento in cui sono arrivato in città, faceva soltanto da preziosissima quinta ad una vita turistica frenetica e sciatta, fatta di turisti ciabattanti e souvenir scontati e banali.

La mia soluzione, dopo aver girovagato per un po’ zaino in spalla in cerca di una sistemazione, è stata quella di affidarmi agli estremi. Le cosiddette sale sotterranee del palazzo di Diocleziano erano fresche e deserte, e altrettanto, o quasi, si poteva dire del parco di Marian, a est della città e in fondo ad una lunga salita che ha il pregio non solo di allenare le gambe ma anche di tenere lontano la folla. In cima ho potuto prendere da bere comodamente sprofondato nella poltroncina di un bar finalmente tranquillo, e vedere un panorama superbo tanto di Split quanto del suo mare.

La mia sensazione è che, sbucando sul mare dalle montagne e dalle valli della Bosnia Erzegovina, mi sia lasciato qualcosa alle spalle. Mostar in linea d’aria non è per nulla distante, ma sembra già un ricordo remoto. Qui tutto dice Europa, turismo, vacanze, cocktail e discoteca. Sì, Mostar è lontana, anche se non mi era affatto sembrata aliena.

Decido di concedermi una cena comoda in un ristorantino carino, e qui si annida il mio errore. La pastizada, ovvero la particolare maniera di trattare il filetto di manzo tipica di questi luoghi, non mi perdona, e passo tutta la notte preda della dissenteria. Il giorno dopo non sono nella giusta disposizione di spirito per visitare i dintorni e il resto di Split. E mi accorgo di essere stanco, o comunque al termine di un percorso che è stato molto bello, ma che ora mi sembra esaurito.

La mia decisione è stata quindi abbastanza rapida e priva di ripensamenti: si torna a casa. Trovo al volo un traghetto per Ancona, e lo prendo. Porto con me lek albanesi, dinari serbi, marchi convertibili bosniaci, qualche kuna croata, diverse centinaio di foto, molta biancheria sporca, pochi souvenir e tanti splendidi ricordi.

Se avrò tempo e voglia ne raccoglierò alcuni, in forma sparsa, così come mi vengono, ancora qui sul blog.

Ora, semplicemente, grazie a chi mi ha letto, e arrivederci

Francesco

 

PS: Ancona non è per niente male.

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Mostar

Prima di parlare di Mostar, un’osservazione veloce: la strada che vi conduce da Sarajevo seguendo da presso la Neretva, un fiume placido e azzurrissimo, e’ di una bellezza eccezionale: la valle e’ verde come quella dell’Eden, le pendici dei monti sono a strapiombo e dietro ogni curva c’e’ uno scenario nuovo.

E’ quando questa stretta vallata si apre ad un accenno di pianura che si produce lo spazio per contenere Mostar, cittadina lunga e stretta e in bilico sul fiume.

Il suo centro e’ il famoso ponte, orgoglio dei Turchi che l’hanno costruito ai tempi di Solimano il Magnifico e vergogna infinita dei miliziani croati che lo hanno abbattuto a cannonate una quindicina di anni fa.

E’ stato ricostruito seguendo la precisa filosofia del “dov’era e com’era”, insieme con molte case del quartiere turco di cui costituisce il centro.

Le foto di una mostra fotografica installata in una torre a lato del ponte fa vedere quanto fosse distrutta la citta’ dopo i combattimenti: quasi del tutto. Se infatti Sarajevo ha subito un terribile assedio, Mostar invece e’ stata spezzata in due dai combattimenti ravvicinati portati dai Croati contro la popolazione principalmente musulmana.

Ora molto e’ stato recuperato, e quel che si vede passeggiando per il quartiere turco e’ una sfilza infinita di ristorantini, negozi di souvenir e pensioni economiche. Il turismo di massa arriva qui in forma di pullman per gite mordi e fuggi, e l’italiano, il francese e il tedesco si sentono continuamente, mescolati l’uno all’altro.

Il mio ostello si trova fuori da questa zona, sul lato orientale e all’estremita’ meridionale del paese. Sta in mezzo a case abbastanza modeste e di fronte ha un campo da calcetto in cemento, costruito a ridosso del fiume. Non essendi reti di sorta, presumo che alla Neretva vengano sacrificati ogni giorno chissa’ quanti palloni.

Per arrivarci bisogna passare attraverso il vecchio quartiere europeo, che e’ quello che se la passa peggio. Molti edifici non sono stati recuperati, neanche il Museo, e ne rimangono solo gli scheletri, attorno ai quali la vita scorre indifferente.

Al contrario, la zona nuova e’ quasi intatta (con giusto qualche parete bucherellata) e passeggiarci dopo la confusione turistica della zona del ponte e’ rilassante. Qui ci sono solo abitanti del posto, e i locali, anche eleganti, non devono ostentare tipicita’ o ammenicoli da turisti. I dettagli pero’ impediscono l’indifferenza: tra i divieti all’ingresso del parco, insieme a quello di portare cani, macchine e motociclette, c’e’ anche quello delle pistole, mentre sullo sfondo si staglia ancora l’enorme edificio di cemento, mai completato, che durante la guerra faceva da nido di cecchini. In un piccolo cimitero nascosto tra le ville tutte le date di morte indicano indistintamente il 1992.

E’ l’ostello che forse, curiosamente, mi ha lasciato i ricordi e le impressioni migliori: il Majdas’ Rooms ha un’atmosfera incredibilmente familiare, con i proprietari (una famiglia) che si danno da fare tutti insieme, compresa la vecchia mamma che prepara colazioni a base di pane fritto e frittelle da condire con il kajmak, un incrocio tra la feta e la ricotta forte. Ne ho abusato piu’ che ho potuto.

Cosa mi rimane di Mostar? Ci sono arrivato stanco, ma sono partito contento. Ho chiacchierato di multiculturalismo e razzismo con una ricercatrice tedesca di antropologia che bazzica questi luoghi e si occupa di zingari. Ho visto le tracce della guerra, e come vi hanno costruito sopra. Sono arrivato addirittura ad annoiarmi per la placida e chiassosa e pacchiana vita turistica che riempie le viuzze del centro, ma, complici gli ostellanti, vado via con un senso di familiarita’.

Se e quando tornero’ probabilmente vi trovero’ ancora piu’ turismo, ancora piu’ ristorantini e altra paccottiglia. Ma forse per Mostar questa e’ una fetta di paradiso.

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Sarajevo

L’arrivo a Sarajevo e’ stato ad oggi il piu’ duro. Dopo una notte in autobus, disturbata in parte da alcuni teppisti che alla fine sono scesi, ma mi hanno costretto a cambiare posto, la stazione di Sarajevo est non e’ proprio accogliente. Bisogna fare un lungo giro in taxi per scendere in citta’ e scoprire che la citta’ e’ splendida, anche quando il maltempo ne fa riaffiorare gli angoli piu’ grigi e cupi (che non sono quelli creati dalla guerra, non piu’, diciamolo subito, ma dallo stile cementizio comunista).

Sarajevo e’ chiusa da tutti i lati da splendidi monti e sembra che per creare questa citta’ Austriaci e Turchi, gli antichi e alternativi padroni della zona, si siano limitati a far rotolare giu’ dalle rispettive cime palazzi in art noveau da una parte e tipiche casette di legno balconate dall’altra parte.

Sarajevo sembra avere, almeno per il visitatore occasionale, molte anime: quella del bazar turco, quella austroungarica, quella moderna fatta di grandi boulevard e quella rurale delle casette raggruppate qua e la’ sulle pendici dei monti. Basta attraversare la strada e si passa da una all’altra. Nella zona turca, seduto  in un cortiletto pieno di rampicanti insieme con Helena, ho fumato il narghile’ sorseggiando te’ perche’ la’ non servivano alcolici, ma nel mio ostello quasi non potevo dormire per via della musica e degli schiamazzi di un pub chiamato Cheers, come la vecchia serie tv americana.

Visitare la citta’ significa passare una lunga infilata di moschee, cattedrali, chiese ortodosse e anche una antica sinagoga riadattata a museo della civilta’ ebraica sefardita. Ed era proprio questo che stavo cercando.

Il turismo di guerra non mi interessava, ma alla fine mi sono fatto convincere a visitare il Tunnel di Butmir, ovvero il condotto sotterraneo che ha permesso a Sarajevo di sopravviere durante l’assedio di Mladic. Era lungo 800 metri, largo 1 e alto un 1.60 ed e’ stato l’unico modo per Sarajevo di comunicare con l’esterno per anni.

Sarajevo e’ stata assediata per quasi cinque anni, dall’Aprile del ’92 al febbraio del ’96. E’ iniziato mentre facevo la terza media ed e’ finito mentre studiavo per la maturita’.

Che dire? Sono passati quindici anni e Sarajevo, nonostante vi siano ancora danni visibili qua e la’, soprattutto ai piani alti della citta’ nuova, non sembra una citta’ sopravvissuta, bensi’ una citta’ viva. Le migliori e piu’ evidenti tracce della guerra in realta’ sono da cercare altrove, ovvero tra le persone che ti passeggiano intorno: chiunque dimostri piu’ di quindici anni e’ un sopravvissuto, una persona che in un modo o nell’altro ha imparato sulla propria pelle cosa voglia dire “correre per la propria vita”. Chiunque  a Sarajevo, tranne i bambini, ha qualcuno da piangere: questa citta’, anche negli angoli piu’ affollati del vecchio rione di Baščaršjia, sara’ sempre “mezza piena e mezza vuota”.

La famiglia Rolak, che custodisce i 25 metri ancora visitabili del tunnel, scavato sotto casa loro, ha preparato un video impressionante nella sua semplicita’ per raccopntare tutto questo. E’ difficile che i turisti se ne vadano senza esserne turbati, ma i Rolak non indulgono alla retorica: in un angolo hanno messo in mostra una impressionante serie di onorificenze ricevute dai vertici militari di mezzo mondo, ma tutto il museo verte soltanto sulla resilienza e sulla sofferenza patita da Sarajevo e dalla sua popolazione civile.

Tanta e’ l’umanita’ e il senso di mestizia e di civilta’ e di compassione comunicato dal posto che quasi ci si dimentica di un dettaglio che chiunque sia cosi’ folle da sostenere ancora Mladic dovrebbe comunque ricordare: Sarajevo ha resistito.

Sarajevo non e’ caduta.

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Sremski Karlovci

Da Belgrado, l’elegante, attiva metropoli le cui bancarelle di souvenir vendono magliette inneggianti a Ratko Mladic (scoperta di stamane), io ed Elena ci siamo mossi ieri per una gita a Sremski Karlovci, ad un ottantina di chilometri da qui.

Avevo sperato che il treno non fosse troppo soffocante. Beh, avevo sperato male. Il treno e’ costituito da due vecchi vagoni, uno francese e l’altro italiano. Quello italiano e’ una vecchia carrozza da treno espresso, forse a suo tempo usata per la Freccia del Levante e mai piu’ risistemata. Hanno tolto le stampe delle citta’ italiane e gli strapuntini (elegantemente coperti inchiodandovi sopra tavole di compensato), peccato. Il treno procede lentissimamente e con numerose pause sotto un sole spietato, il che permette di osservare con comodo la monotonia della pianura intorno a Belgrado. Meno male che quando ci accostiamo al Danubio la campagna diventa assai piu’ gentile e varia, ripagando il nostro copioso sudore con dei bei paesaggi bucolici.

Scendiamo dal treno e guardiamo la stazione di Sremski Karlovci come si guarderebbe il Giordano dopo quarant’anni di peregrinazione desertica, ma non c’e’ molto da vedere: la bella stazioncina (con tralci di edere e viti sul pergolato del primo binario) e’ semideserta e i pochi viaggiatori si dirigono subito in paese.

La natura di Sremski Karlovci e’ abbastanza particolare. Le modeste case contadine e le villette rivelano una vita rurale dignitosa ma di certo non ricca, tant’e’ vero che qui ci sono piu’ Zastava e meno macchine occidentali, ma la sua piazza principale sembra quella di una capitale in miniatura, e si presterebbe a parate giocattolo.

Mi spiego: in fondo alla modesta strada di accesso dalla stazione si aprono due grandi ed eleganti edifici in stile neoclassico o barocco, forse un po’ cadenti, ma nell’insieme molto mitteleuropei, accompagnati da una grande chiesa ortodossa barocca (e’ qui in Serbia che ho scoperto che le chiese possono essere ortodosse e anche barocche, con esiti spesso eccezionali, come qui), da una sede del comune altrettanto neoclassica e da una fontana settecentesca di un architetto italiano (Lonely P. docet, anche se onestamente non serviva un archietto italiano per questa modesta fontanella). Lo spazio libero della piazza e’ occupato da eleganti caffe’.

Il tutto e’ praticamente deserto, ed io ed Elena girovaghiamo un po’ incerti fino a trovare l’altro importante attrazione della citta’, la Cappella della Pace. Si tratta di una chiesetta costruita nell’800 per celebrare la pace del 1699 tra Austriaci e Turchi. La sua particolarita’ sta nell’avere quattro accessi paritetici per tutte le etnie e religioni della citta’. Accanto ad essa, sorge un enorme platano dal tronco bianco che costituisce, in se’, un’ulteriore attrazione.

La chiesetta e’ chiusa, come ci spiegano in un tedesco molto incerto tre pensionati al tavolino del caffe’ posto all’ombra del platano stesso. Non che si riesca a parlare molto, parlando loro solo un po’ di tedesco. Non sembrano neanche credere alla mia italianita’ e non trovano convincente il fatto che io parli tedesco, ma il nostro livello di comunicazione e’ cosi’ scarso che mi riesce impossibile fargli notare che neanche loro sono tedeschi, eppure lo parlano. La cosa curiosa e’ che quando chiedo a quello piu’ scettico di dove sia lui, li mi risponde semplicemente “Yugoslavo”. Gia’ ai tempi di Tito, quelli che si definivano cosi’ saranno stati l’1%, nei censimenti.

Il signore piu’ distinto, quando sente che Helena e’ spagnola, rievoca l’Opera Yugoslava, che trent’anni prima era stata in tournee a Barcellona e Madrid. “Eh gia’” e’ l’inevitabile risposta di Helena, ma e’ sarebbe bello sapere donde viene a questo distinto signore questo preciso ricordo.

Mah. Ci infiliamo anche noi in un caffe’, in piazza, e aspettiamo il treno li’, cercando di riprenderci un po’ dal caldo. Mettendoci a consultare la L.P., se non altro, riusciamo a spiegarci come mai un modesto paesino di campagna abbia una piazza d’armi: Sremski Karlovci era un centro del Patriarcato Ortodosso, che ospitava, ed ospita, un centro di alti studi teologici. Tutto quel che afferiva alla scuola e alla chiesa, dunque, era assai ben messo e ricco, ma il resto del paesino, evidentemente, non intercettava nulla di questa ricchezza.

Ah, pare facciano anche ottimi vini, qui in Vojvodina, la regione di Sremski Karlovci…

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Beograd

Dopo una notte di treno lunghissima e con molte pause per fare foto, su di un treno fatto di vecchie cuccette, vagoni letto, carri merci e locomotive rumene del 1973, siamo arrivati a Belgrado. Senza troppo ritardo, anche se i vicini di scompartimento serbi, ragazzi di ritorno dalle vacanze, avevano diffuso a piene mani il loro pessimismo sulle ferrovie serbe.

Con me c’e’ Elena, madrilegna conosciuta per strada, con la quale sono stato ad Ulcinj e che poi proseguira’ per Sarajevo. Come me, d’altronde, ma in tempi diversi.

E dunque, eccoci qua.

Belgrado, dopo lo smog e il grigiore della zona delle stazioni del treno e dei bus, piena di palazzi malandati e sporchi (mi e’ venuto il serio dubbio che la sede dell’ostello fosse stata danneggiata dalla guerra…) e’ una capitale europea standard (nel dirlo penso al Bryson de “Una citta’ o l’altra”…)

Con questo intendo dire elegante, piena di palazzi belli (in mezzo ad altri meno belli), con i suoi distinti luoghi monumentali e le sue collezioni d’arte. Diversamente che a Tirana, qui la presenza di turisti, e di comitive di backpackers, e’ evidente.Belgrado e’ vivace, un po’ da tutti i punti di vista.

Il suo passato comunista e’ stato meno brutale che altrove, il suo passato recente molto di piu’ e il suo presente, agli occhi di un turista zaino-Lonely Planet-treni, e’ quello di una citta’, e forse di un paese, convalescente.

Compiutamente europea se non per l’ufficialita’ EU, ma con qualcosa da farsi perdonare e, si direbbe, la volonta’ di farselo perdonare. La citta’ fisica non presenta i segni della guerra (ci sono, pero’ bisogna andarseli a cercare ed io non ho pazienza per questo genere di cose) e si porta appresso ancora delle smagliature, ma e’ bella. Piena di musei e di passeggiate. L’accenno del mio ostellante alla corruzione delle guardie di frontiera (per evitare la quale si e’ raccomandato di non perdere la nota in cui ha ufficialmente segnato il mio soggiorno a Belgrado) fa pensare che sotto la superficie di aspetti meno visibili della vita belgradese e serba c’e’ ancora da lavorare. Probabilmente e’ inevitabile ed ovvio che sia cosi’.

Mi secca non avere modo di parlare seriamente e con calma con i locali. Cosa e’ rimasto del nazionalismo serbo? Aveva ragione il canadese curioso di Tirana a chiedersi come sia possibile che il 40% dei Serbi ancora veda in Milosevic una figura positiva? Ma sara’ davvero il 40%? Belgrado negli ultimi anni ha talvolta stupito l’Europa con le sue manifestazioni democratiche, dopo averla fatta inorridire con il suo nazionalismo, quello di Milosevic, cosi’ isterico e retrivo.

Girare per la citta’ putroppo non mi dira’ la risposta, anche perche’ mi da’ gia’ diverse cose a cui pensare: il serbo usa indistintamente l’alfabeto latino e quello cirillico, ma il primo lo riserva alle mappe turistiche, il secondo ai nomi delle strade. Imparare il cirillico cosi’ e’ divertente ma lungo, e talvolta ti rendi conto che quel che stai faticosamente sillabando e’ il tuo alfabeto, non il loro. E’ una sensazione curiosa che potrebbe interessare linguisti e neurologi.

In piu’ fa un caldo torrido devastante. Passo da un viale alberato e l’altro quasi furtivamente, evitando traversate troppo ampie di spazi aperti. Vicino a Piazza della Repubblica mi sono ritrovato a condividere l’ombra di un cartello con un signore del posto, che gentilmente mi ha fatto un po’ di spazio. E ora devo partire per Sremski Karlovic, in un treno che spero non troppo soffocante.

Un’ultima osservazione pensosa: la Yugoslavia era un paese forse non del tutto democratico, ma che sembrava aver davvero trovato una via allo sviluppo diversa da quella del mercato. Era un paese sostanzialmente federale e riconosceva le sue minoranze. Aveva un leader forte riconosciuto e ammirato da tutti. Alle spalle aveva paesi diversi con storie simili, e culture simili (complicate ma anche accomunate dalla presenza turca musulmana), che avevano conosciuto forme di Risorgimento nell”800.

E’ andata in pezzi. Curioso, no?

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Ulcinj

Ulcinj e’ una propaggine albanese in territorio montenegrino. Secondo la Lonely Planet ha il 70% di abitanti albanesi. Di fatto e’ bilingue, e tutto, dai menu ai cartelli stradali, presenta scritte doppie, occasionalmente triple, considerando che talvolta viene aggiunta la traslitterazione cirillica.

Che siamo in territorio slavo lo si capisce da questo e altri dettagli, non ultimo la lunghezza delle gambe delle bellezze locali, inequivocabilmente slave. Anche la vegetazione e’ diversa: piu’ lussureggiante e meno faticosa.

Il bello di Ulcinj sono le sue calette strette tra i monti a strapiombo sul mare, la suddetta vegetazione e la citta’ vecchia che domina il tutto. La citta’ nuova, incuneata nella valle che scende verso Mala Plaza, la spiaggia vecchia, e’ forse meno affascinante, ma e’ ben tenuta, in buone condizioni e tutto sommato priva di scempi edilizi veri e propri: case ed alberghi, tutti sul bianco, non superano i tre piani.

Ed e’ qui che si concentra l’affollato turismo locale, allettato da negozi di souvenir, fast-food e ristoranti/bar che propongono tutti immancabilmente pesce, pizza, kebab e spaghetti. Poche discoteche, diversi caffe’, una sfilza di internet caffe’.

Le facce che si vedono in giro sono particolarmente giovani. Molte di loro hanno l’espressione beata della prima vacanza da soli. Tanto e’ tutto vicino, tutto e’ sicuro (parrebbe). A fare loro da contraltare (ma non tanto) schiere di famiglie con pargoli e zuccheri filanti. Si tratta soprattutto di turismo interno o comunque locale. Si sente poco il tedesco, qua e la’ l’italiano (spesso pero’ solo perche’ la radio passa Cristicchi o Vasco), ma l’atmosfera e’ distintamente slava, come si diceva prima. Dal Montenegro interno e dalla Serbia arriva la stessa gente che si troverebbe a Rimini o ad Ibiza, con gran profusione di spiaggine, creme e altre amenita’.

Ulcinj e’ un luogo prevedibile, piacevole, consueto e bello.

 

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